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Sono Maria Serena, l'unica autrice di questo blog.
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Grazie per la vostra attenzione. Non so in quale altro modo posso essere utile.
Maria Serena Peterlin

21. Ma non è solo nostalgia

PERGOLA uva fragola 5La casa in campagna è stata venduta. Non è stato un tradimento o una rinuncia, ma una necessità, una di quelle che attraversano la vita in cerca di soluzioni.
La casa adesso manca; ma non è nostalgia, altrimenti dovrei dire che tutta la mia vita è nostalgia. Manca perché anche per la casa la mia vita è stata costruzione, immaginazione, esperienza, desideri e anche fantasia.
Posso dire che sia stata una costruzione perfetta.
Posso dire che anche quello che doveva essere e non è stato ha avuto un senso, una vita, un compimento.
Oggi, ad ogni passaggio di mese e stagione, penso alla casa e a come mutavano i suoi colori, gli odori, i movimenti del vento, i rumore della pioggia e il profumo della terra. Penso al cado abbraccio del sole che mi avvolgeva, d’estate, ogni volta che uscivo nella loggetta e iniziavo a scendere quei sedici gradini di mattoni e cemento.
E penso ai panni che stendevo al sole e l’aria asciugava muovendoli come bandiere.
E poi quella casa era Natura, era madre. Come si può dimenticare una madre?
Ma ora basta. Dei suoni della Natura devo riflettere e dire in futuro. E devo dire meglio dei suoi profumi, come quello dell’uva fragola, che in questi giorni è solo pampini e minuscoli grappoli verdastri, ma sta già gonfiandosi di sole.

20 . Per fare una casa ci vuole un albero

sibilliniCome fosse la nostra casa quando l’abbiamo incontrata e presa l’ho raccontato nei primi post di questo blog; ad esempio in questo : brulla, bruciata quasi dal sole, senza altra ombra che una generosa ma solitaria robinia sull’aia e qualche olivo nei campi. I primi interventi sono stati impegnativi in tutti i sensi: il tetto, le finestre, le porte, i pavimenti, i servizi che mancavano quasi completamente. E poi abbiamo fatto allacciare la linea telefonica perché, oltre venti anni fa, i cellulari erano davvero primordiali e abbiamo fatto migliorare la rete elettrica che era primitiva e poteva accendere, se andava bene, solo qualche lampadina. Insomma grandi e costosi lavori, fatti tutti  con la nostra partecipazione attiva e in particolare grazie all’opera, di mani e di testa, di mio marito Giuseppe che non risparmiava né fatiche né entusiasmo. Conclusa questa fase mi sono guardata intorno e mi sono detta: e gli alberi?
Non potevo pensare a una casa di campagna che non fosse circondata da verde, da colori, da erbe aromatiche e officinali.
E così abbiamo iniziato a piantare. E non abbiamo più smesso.
Abbiamo studiato libri, consultato agronomi, ascoltato i contadini ma poi abbiamo, ancora una volta, seguito il cuore e il gusto. Dunque arbusti, oleandri, rose, erbe officinali, rosmarino, salvia, alberi da frutta, alberi, alberi e ancora alberi.
Da frutto e non solo.
E adesso la nostra selva verde è cresciuta tanto da poter fornire legna che otteniamo quando qualche albero viene potato o, per disavventura, si secca.

19. Gennaio

NEVE casa petritoli wp

La nostra casa, tra il grano
mentre inizia a nevicare

Gennaio in bianco e nero
foto dell’essenziale
stecchito ma vitale
letargo naturale.

Gennaio umido e freddo
che  ti veli di brina
nell’ora mattutina
sol se nebbia declina.

Gennaio fuoco a legna
tra il fumo ti s’accende
solo chi previdente
raccolse al ciel rovente.

Gennaio dalle ore brevi
in bianco e nero scorri
ma nasce il grano in erba
già non temiamo più.

18. video n.1

17. La notte, la pioggia

ragna pioggia_wpCi svegliamo di notte, anche in questa notte appena trascorsa e che ora cede alle nuvole di un grigio più chiaro del mattino, e sentiamo piovere. Passano attraverso le finestre chiuse i barbagli dei lampi che annunciano scrosci più forti. Alla mia mamma piaceva tanto sentire la pioggia battere sul tetto mentre riposava, e mi ha trasmesso questa sensazione di nido, di protezione, di attesa senza tempo e senza fretta.

Forse in molti abbiamo perso il senso dell’attesa: la pioggia ne è un simbolo.

Sospendiamo tutto: piove. Fermati, piove. Non uscire, aspetta che smetta di piovere. Ma non è solo questo. La pioggia feconda la terra ed è un rito dei lavori dei campi. Nonostante le tecniche moderne la pioggia è ancora fondamentale. La pioggia fa germogliare i semi, dunque la sua acqua può essere vita. La sua acqua non chiede nulla, solo di scorrere naturalmente e senza incontrare opere dissennate che la trasformano in fango rovinoso.

Ma ora mi piace pensare al rito, a quello eterno della terra lavorata, che accoglie i semi e dopo, appunto, attende. La vita rinasce ogni volta che il seme, ed in particolare il seme del grano, sacro all’uomo e a Dio, germoglia di nuovo nel silenzio del grembo oscuro e mite della madre terra.

LA NOTTE (Giovanni Pascoli, Primi Poemetti)

I

Nella notte scrosciò, venne dirotta

la pioggia, a striscie stridule infinite;

e il tuono rotolò da grotta a grotta.

Egli, il capoccio, avvolto nel suo mite

tacito sonno, non udiva. Udiva

nascere l’erba. Vide le pipite

verdi. Il grano sfronzò, quindi accestiva.

Nevicava, in suo sogno, a fiocco a fiocco:

candido il monte, candida la riva.

No: quel bianco era fiori d’albicocco

e di susino, e l’ape uscìa dal bugno

ronzando, e il grano già facea lo stocco:

Anzi graniva; ch’era già di giugno.

La cicala friniva su gli ornelli.

Egli l’udiva, con la falce in pugno.

L’acqua veniva stridula a ruscelli.

Rosa dormiva e non udiva:udiva

cantare al bosco zigoli e fringuelli.

16. Gira il gallo, come soffia bene tramontana

Galletto banderuola Sul tetto della casa, da qualche anno, ruota una banderuola in ferro battuto che ha fabbricato per noi il fabbro Brinci a cui tutti riconoscono, e se lo merita, titolo d’artista.
Il vantaggio di un paesetto è anche questo, gli artigiani, quelli di tradizione famigliare, sono amici di famiglia, e molto volentieri ci si rivolge a loro in piena fiducia.
Parecchi anni fa era del tutto consueto che per le vie del borgo risuonassero gli stessi rumori di cui parla il più famoso dei marchigiani, Giacomo Leopardi; e tra i rumori (ma davvero possiamo chiamarli solo rumori?) cantava ritmico il martello del fabbro, squillava acuto quello del callarà che forgiava le sue squisite creazioni battendo la lastra di rame, picchiava sodo quello del muratore.
Il fabbro c’è ancora, la sua maestria si trasmette al figlio e il galletto è solo la più divertente delle tante belle opere artigianali che i Brinci hanno realizzato per noi.
La banderuola garrisce alla tramontana, ma non disdegna di danzare con gli altri venti. Sta là, spicca sul tetto e a me piace molto vederla in controluce dove pare sfidare a viso aperto, ma forse non gliene può importare di meno, ombre e luci di questa nostra vita in campagna.

15. Stregati dal pomodoro

pomodori wpNon avevo mai mangiato pomodori così buoni.
Il mio legame col pomodoro risale ai tempi in cui, piccola ragazzetta, imparavo i primi rudimenti di cucina e mia madre mi insegnava a prepararli in insalata: lavati, privati del picciolo, tagliati in fettine regolari e disposti nella terrina da insalata.
Mentre li tagliavo, nelle sere di prima estate, ascoltavo la sigla della trasmissione sportiva che parlava del Giro d’Italia in bicicletta: e quindi la maglia rosa e le fette rosate si mescolavano tra fantasie e gusto così come la sigla musicale con la voce di Adriano De Zan e le vittorie di tappa con Nencini e Gaul, Baldini e Anquetil. Tempi forse ancora eroici del ciclismo, tempi in cui si obbediva alle mamme anche affettando pomodori: a regola d’arte.

A Petritoli i pomodori li coltivavano Mario e Peppe, padre e figlio, che avevano abitato la casa e coltivato la terra e l’orto prima di noi e adesso ci regalavano quelle bacche meravigliose e succose. Le prime le abbiamo mangiate sotto il fienile, all’aperto,  su un piatto di plastica e accompagnandole con bocconi di pane e formaggio: il pecorino della Sibilla venato di un tenue e pallido giallo-verdino dei pascoli appenninici.
Pomodoro bucolico.
Poi abbiamo imparato. Io a seminare, far crescere le piantine e Giuseppe a preparare la terra, a trapiantare le piantine e a custodirle fino all’abbondante raccolto.
E poi fu salsa, ma questa è un’altra storia.
Insomma l’universo in una rossa bacca di solanacea? Anche sì.

14. Per fare un albero

TIGLIO IN FIORE

TIGLIO IN FIORE

Ci avevano detto che l’aia della casa doveva essere libera in modo che ci potesse passare un trattore, ci avevano anche detto che era meglio lasciare il terreno circostante sgombro e pronto per le coltivazioni. Ma la casa si trovava, e si trova, in cima ad una collina, esposta al sole che le gira intorno e pronta a raccogliere aria e vento, come una vela, a seconda delle stagioni.
Uscendo di casa, in estate, ci accoglieva un sole pieno e potente, di quelli da abbassare lo sguardo, nonostante gli occhiali. Una sensazione bella e vitale, ma un po’ d’ombra ci voleva; la soluzione naturale erano gli alberi.
Il lato ovest del terreno era già circondato da querce antiche che sembravano appese sopra alla strada, vicino alla casa solo un noce, un ciliegio e qualche alberello di sambuco. Decisi a rendere verde la collina abbiamo iniziato l’impresa pensando ad alberi a foglia caduca, niente abeti stile Heidi.
E allora è iniziato il giro dei vivai. Alberi da frutto? C’era un bello spazio per impiantare il frutteto: albicocchi, pesche, susine,fichi, noccioli, ciliegi, mele e pere cotogne.
Alberi a verde? Aceri, tiglio, mimose, gelsi, noci. Un paio di pini mediterranei giusto per gradire. Una specie di frenesia del verde che non ha trascurato filari di uva, pergole di uva fragola, allori e rosmarino e arbusti vari.
Ma non basta acquistare, occorre imparare a scegliere le piante, distinguere quelle vendute a radice nuda da quelle col pane di terra e poi scavare buche, preparare l’inzaffardatura per quelle a radice nuda, mettere a dimora, annaffiare. E non una sola volta.
Per fare un albero ci vuole sì il seme, e infatti col tempo sono nati robinie, prugnoli, noci ed aceri spontanei; ma poi ci vogliono attenzioni frequenti, acqua per innaffiare nei giusti modi e tempi, letame, cure di cui, da principianti, non ci si rende conto.
Per fare un albero occorre imparare, per metterne a dimora più di duecento, occorre imparare in proporzione, ossia tanto.
Adesso arrivando dalla strada quasi non si vede più la casa, si indovina il tetto appena. Il verde va, anzi se la comanda.
Per tacere degli ulivi.

13. Una casa è una casa, una casa

Non avevamo mai avuto una casa nostra; molti erano stati i tentativi ma sempre troppi, per noi, i soldi necessari ad acquistare una proprietà. Un passaggio casuale nel paese di nascita di Giuseppe, Petritoli, e l’ulteriore casualità di leggere, nella bacheca comunale, l’avviso della vendita all’asta di rustici con terreni pertinenti ci avevano prospettato la possibilità di debuttare come proprietari, ma non era questa la priorità.  Avevamo voluto quel posto, quella luce ariosa, quei mattoni che sembravano tirati su da un bambino che gioca col lego, ma che apparivano di un certo garbo e d’un bel colore. Proprio un bel colore da casa.

Il lato est

Il lato est

E poi c’era quella breve scala esterna, di sedici gradini, da cui si saliva alla loggetta con vista su campi, colline e montagne. Una casa vera, coi suoi quattro lati, uno per ciascuno dei punti cardinali.
Cominciammo dunque ad abitare la casa non appena fu pronto il bagno. Le prime volte mangiavamo all’aperto, sotto il fienile tra un vecchio erpice arrugginito e le balle di paglia: pane, formaggio e pomodori affettati su piatti di plastica tra il ronzare delle api che saccheggiavano i fiori della robinia.
Determinati come pionieri, allestimmo presto reti e materassi sui pavimenti originali di vecchi pianconi, ossia grossi mattoni di cotto grezzo, ondulati, disegualmente posati e tenuti insieme da cemento in file grossolane. Per scendiletto andava benissimo il quotidiano acquistato al mattino. Le finestre chiudevano alla meglio e gli zampironi fumavano sui davanzali per fronteggiare ospiti volanti non invitati; per cucinare avevo posato su un tavolinetto da campeggio un fornello elettrico a piastre già usato nei nostri traslochi.
Acquistare una casa già fatta è cosa ben diversa che metter mano a una materia tutta grezza e della quale si vuol rispettare la natura originaria.
E così fu perché una casa, per me, non è un posto da possedere, dove stare, dove dormire, dove trascorrere il tempo: una casa è una casa, una casa, una casa: e se la sua natura corrisponde con te è ancora più casa.

12. Le colline sono in fiore

la casa dalla strada wpE mentre i lavori avevano inizio, prendeva il via anche lo scariolamento dei rottami che diventava un volenteroso e necessario modo di partecipare all’impresa (me ne esentai, causa impegni di lavoro a scuola), e non solo. Il mastro don Muratore aveva esigenze precise. Forse non tutti sanno che il Muratore arriva col suo mezzo: un camioncino e con una divisa adeguata: calzoncini, canotta e calzettoni infilati nelle scarpe antiscivolo, più il suo tocco magico.
Il mastro don Muratore, infatti, scende dal camioncino e comincia a dar ordini dov’è la scala? E poi a seguire bisogna correre per fornire i badili, il piccone, la cofana (secchio a tronco di cono, di robusta plastica), la cazzuola, la prolunga per la corrente, il tubo lungo dell’acqua nonché tutti i materiali.
Sceji tu, io non ce metto bocca! Se poi non te va bene?
Allora si corre come spolette impazzite tra i diversi fornitori, si arriva sul posto con l’auto trasformata in carrozzone polveroso, ma poi: la piastrella non va bene (troppo dura, troppo lucida, troppo grande, troppo difficile il disegno), la malta è inadatta, una colla fa schifo, il livellante non è abbastanza autolivellante e via così fino alle richieste di personale: scì chiamato l’idraulico? e l’elettricista quando arvè? e la votte co lu cemento la sì chiesta?
Intimoriti si scatta sull’attenti e si esegue. E poi bisogna far da pacieri tra i diversi artisti da muro, da corrente o d’acqua le cui esigenze difficilmente si conciliano: questo nun me tocca, è lavoro de esso!

Il tutto, per l’appunto, accade in collina e non in pianura: precisazione necessaria perché correre su e giù in piano o in salita e discesa non è la stessa cosa.
E se è vero che le le colline digradano verso le valli in successive sorprendenti ondate di colori diversi, che il sole già ti avvolge col suo potente abbraccio, che il cielo si pittura di brevi nuvole da cartone animato e tutt’intorno è il brulichio della vita di lavoro nei campi che ti restituiscono il senso di quale sia la nostra origine, la nostra vita e la nostra strada su questa terra è anche vero che andar per colline è diverso che andar per pianure: bisogna meritarselo, con una fatica fisica che quelli del piano o di città non conoscono.
Nel frattempo gli occhi tornano sulla catena dei Sibillini che splendono ancora dell’ultima neve,  e sulle colline che, adesso, sono già in fiore: i misteri dei colori vegetali sono esplosi,

La nostra casa

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